IL CAPO PERFETTO

IL CAPO PERFETTO, 2022, di Fernando León de Aranoa, con Javier Bardèm, Almudena Amor, Luis Tosar, Celso Bugallo

Non è facile spiegare questo film, e la ragione è il grimaldello e substrato fondamentale del film stesso: l’impossibilità di cogliere l’equazione zero, il fulcro di un individuo perché ogni volta che vi si avvicina qualcuno o qualcosa il suo equilibrio chimico, il suo balance cambia e si appronta a formare una nuova equazione. Dunque, in primis, non lasciatevi ingannare da una copertina del film frivola e banale, come quella che troviamo nei cinema italiani: evidentemente il capo del marketing non aveva un capo perfetto. Sono entrato in sala credendo di vedere una commedia divertente, e ho capito che era una pellicola di quelle che si collocano nell’alveo del grande cinema spagnolo.  

Ma cercheremo di spiegare l’equazione difficile di questo film, considerando, come direbbe Mar

co Aurelio, ogni elemento nella sua singolarità, e sapendo che l’autore stesso di questo pezzo è ormai un’ equazione imprecisa, una bilancia celatamente alterata.

 Si affronta in primis, a livello narrativo, il tema del lavoro, delle lotte contro i licenziamenti, delle ingiustizie e delle gerarchie feudali che si trovano in alcuni ambienti di lavoro. È soprattutto sulla natura dell’uomo e la sua costrizione ad una dimensione gerarchica che il film si sviluppa, componendo una melodia arguta delle profonde conseguenze che l’emotional labour può avere sull’essere umano:  burn-out emozionale, fusione della sfera di libertà personale e quella lavorativa, licenziamento come sofferenza ma anche ritrovata dimensione della contingenza, della libertà del tempo. 

Il capo perfetto della fabbrica di bilance Blanco, si prende cura di te in quanto suo dipendente, suo sottoposto, ma non quando ti butta per strada, sol finché sei un minuscolo ago del suo bilancio, infinitesimale pedina dello scacchiere. La straordinarietà di questo film non è però nel raccontare la lotta, il dolore e l’ingiustizia, non siamo nella fabbrica padana di La classe operaia va in paradiso, né nella Londra polverosa di Riff Raff di Loach. La tela narrativa si sviluppa seguendo l’abilità del Capo di penetrare la sfera privata dei suoi dipendenti, che usa la scusa del prestare aiuto come cavallo di Troia per la penetrazione nelle vite private dei dipendenti. 

Non ha importanza a livello filmico lo scopo primario del capo, di tenere alta la produttività della fabbrica, ma di come lui riesca a bilanciare a suo favore l’equazione caotica della vita e della fabbrica a suo favore. 

Un’abilità di scrittura, di regia, e di recitazione che trasforma all’improvviso quella che sembrava una drammatica commedia in un thriller avvincente, dove il capo gioca a scacchi con le strane equazioni che decidono le coincidenze della vita, e della morte. Immagine finale è un urlo interiore, che ci lascia in equilibrio sul filo di un burrone, e lascia aperta la trama, decide di non chiudere la narrativa. A primo impatto può deludere, il non voler trovare una risoluzione, ma l’indeterminatezza è anche la nebulosa alla base di questo film. Forse a livello narrativo si sarebbe potuto pensare di più una forza antitetica a quella del Capo che in un qualche modo finisse per metterlo con le spalle al muro. Ma passato uno, due giorni, la scena finale resta nella mente, e il pensiero si diverte, ammirato, nel pensare alle possibili evoluzioni della scena.

D.F.

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