All’autoconsapevolezza

Episodio 2 – All’autoconsapevolezza

 

E per adesso basta così.

O almeno così credevo.

Perché il fiume non finisce mai davvero quando smetti de parlà. Continua a scorrere, pure dentro, e ogni tanto se porta via qualcosa. 

Stavo a risalì dal fiume, sul lungotevere davanti l’Isola Tiberina, quella sera. Mentre attraversavo cauto la strada per anda verso Piazza dei Ponziani, una macchina frenò all’improvviso. Un suono secco, che ruppe tutto.

Me girai.

E in quel gesto semplice, distratto, sentii l’anello scivolà via dalla mano.

Lo vidi cadere.

Un riflesso breve, poi giù, sull’asfalto rovente di Roma .

E mentre spariva pensai che pure le certezze fanno così. Restano anni al loro posto, tranquille, come se niente potesse spostarle. Poi basta un attimo — un movimento, una parola — e cadono. E tu resti lì, a guardare , senza più appigli.

E da quell’anello me venne in mente un giovane amico, Marco.

Uno de quelli che sembrano camminare sopra il fiume senza bagnarsi. Preciso, rispettato, uno che tiene insieme le cose.

Finché una notte non scivolò pure lui.

Era mezzanotte e mezza quando arrivò il messaggio del capo. Freddo, diretto. Aveva sbagliato, diceva. E quell’errore pesava.

Marco se svegliò di colpo.

Provò a dormì, ma il sonno non tornava. I pensieri sì. Giravano stretti, insistenti. Ripassava tutto: le scelte, i dettagli, le parole. Dove aveva sbagliato? Possibile non aver visto?

La notte si allungò senza risposta.

E nei giorni dopo, quel dubbio gli rimase attaccato. Lavorava, parlava, faceva quello che doveva — ma sotto c’era una tensione continua. Non era solo paura de aver sbagliato. Era qualcosa de più sottile: come se il suo valore dipendesse da quella risposta. Si sentiva schiacciato in una lastra di ghiaccio all’altezza dei suoi polmoni.

Poi, una notte camminando distratto per il Circo Massimo , cominciò a guardà meglio.

Rilesse. Ricostruì tutti i passaggi . Chirurgico. E vide.

Non era stato lui.

Aveva fatto tutto come doveva.

Quando il capo ammise l’errore, qualche giorno dopo, non successe niente di quello che uno si aspetterebbe. Nessuna rivincita. Nessuna soddisfazione.

Solo silenzio.

Ma dentro, qualcosa cambiò.

Marco capì che il colpo vero non era stata l’accusa. Era stato averla lasciata entrare senza filtro, fino a diventare sua. Come se il mondo esterno avesse accesso diretto a ciò che lui era.

E allora gli venne un’immagine.

Una soglia.

Un guardiano.

Qualcosa che stesse lì, tra gli accadimenti e la sua parte più intima. Non per chiudere, ma per scegliere. Perché non tutto quello che succede fuori merita de diventà verità dentro.

Cominciò da poco.

Un respiro prima di reagire.

Un attimo per guardare.

Questo passa.

Questo no.

E lentamente, senza rumore, qualcosa si sciolse. Come ghiaccio che non regge più il proprio peso.

Continuò a lavorà, a vivere, a stare nel mondo. Ma senza più confondersi con tutto quello che gli arrivava addosso.

E allora capì.

Che non è il fiume a tenerti sotto.

È il fatto che non sai di esserci dentro.

Io l’anello non l’ho più trovato.

Ma forse non era quello il punto.

Perché certe cose, quando cadono, non tornano.

Servono solo a farti vedere dove stavi davvero.

“All’autoconsapevolezza,” sussurrai, alzando un bicchiere di vino per brindare al vento.

D. F.

Tags:

Rispondi

Scopri di più da OpenArt - Hub Culturale

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere