La gente di fiume

Episodio 1 – La gente di fiume

“Andate a vedere quest’ uomo mezzano e borghese come quasi tutti i letterati di un tempo ,nella sua vita e tranquillità fácilmente stizzoso e che non sa conquistare la libertà e non sa patire la servítu, e tutto rimpiccinito e ritirato fra le sue contrarietà e le sue miseria si fa spesso dar balia per le sue distrazioni e le sue collere; andate a vedere questo uomo quando fantástica e compone. Il suo sguardo si illumina, la sua faccia è ispirata si sente un iddio”. 

Francesco De Sanctis, Storia della Letteratura Italiana 1870, nel capitolo dedicato a Ludovico Ariosto

 

 

Dipinsi il caldo con il blu profondo del mare e il freddo con il rosso ardente del tramonto.

 

E così da un giorno all’altro me chiamarono er matto. M’hanno pure provato a rinchiude na vorta a S. Maria della Pietà. E allora per protesta smisi de parlà. Restai in silenzio per giorni, settimane, infine mesi. Alla fine er silenzio der matto fa ancora più paura, e così m’hanno liberato e so’ tornato sotto er Tevere e in giro per il mondo a raccontà storie.

Sentite questa.

Sotto il fiume vive un popolo che non sa di vivere lì.

Li chiamerei la gente di fiume, se qualcuno avesse mai dato loro un nome. Abitano fra i sassi rugosi del fondo, nella melma lenta, si accomodano fra effigi di pensieri interrotti. A volte balzano verso la superficie come pesci che cercano aria, ma non capiscono da dove venga quel bisogno.

Sono prigionieri senza saperlo. E non ne hanno paura.

Non sono mostri. Fra loro ci sono signore gentili, professionisti, avvocati, insegnanti. Gente che marcia per i diritti, che porta le bandiere giuste, che conosce le parole esatte della libertà. Sono quelli che ti sorridono e spariscono. Che ti lasciano lì con quella sensazione strana addosso, come se fossi tu ad aver sbagliato qualcosa. E non se ne accorgono nemmeno. In fondo è più comodo così.

Lì sotto hanno imparato due segreti del mondo.

Il primo: il male cresce con facilità sorprendente. Basta poco — una parola, un sospetto, un gesto inconsueto. 

Il bene invece richiede pazienza, cura, disciplina. Richiede di coltivare il proprio giardino, come diceva Voltaire in “Candide”.

La seconda verità è più antica.

L’arte non nasce per abbellire la vita. Nasce dalla paura più grande dell’uomo: essere dimenticato. Allora costruisce qualcosa che lo ricordi. Un tentativo fragile contro l’oblio.

Ma dalla stessa ferita nasce anche l’altra tentazione: se non può possedere la vita, l’uomo cerca almeno di dominarla. Piegarla. Da qui la brama di potere.

La stessa radice. 

Due strade opposte.

E così scorre il fiume.

E sotto il suo manto la gente di fiume continua a nuotare, sospesa .

Ma allora chi è davvero fuori dal fiume?

Forse nessuno. 

Forse ci siamo stati tutti là sotto — nella risposta fredda, nello sguardo che non vede, nel gesto che pesa senza volerlo.

Sartre diceva che ogni gesto è libero e nessun accadimento del mondo puo’ condizionare il tuo libero arbitrio. Perché l’esistenza precede l’essenza .

E io?

So’ cascato pure io ner fiume, più de ‘na vorta.  Me so’ accomodato tra le effigi dei miei pensieri interrotti.

Proprio mo’, mentre scrivevo sto pezzo ce so cascato.

Perché la sofferenza abita prima in chi la genera. Er resto è onda.

Ve lo dico io che racconto storie: a volte er matto non è chi dipinge il caldo di blu. A volte er matto è chi crede de stà a guardà il fiume dall’alto, e invece è già sott’acqua da un pezzo.

Ma ogni tanto — e contro  voglia — riesce a tené stretti i pensieri felici. E allora la corrente rallenta un po’.

E per adesso basta così

D.F.

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